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Il bypass per trattare l’infarto: quale metodica è più indicata per disostruire le coronarie?

A cura di:
Coordinatore nazionale della Cardiochirurgia di GVM Care & Research. Cardiochirurgo Specializzato nel trattamento Cardiochirurgico Mininvasivo e Nanoinvasivo della valvola mitrale.
Il bypass per trattare l’infarto: quale metodica è più indicata per disostruire le coronarie?

Le patologie coronariche, in particolare l’infarto, rappresentano attualmente i disturbi legati al cuore a più larga diffusione. Questo spiega perché l’intervento di by pass aortocoronarico è quello più eseguito in ambito cardiochirurgico ed è - nello stesso tempo - oggetto di studio dchirurgia coronaricaa parte della comunità scientifica che per la prima volta ha avviato una importante ricerca statistica a livello internazionale  - Trial Roma della Cornell University di New York - per stabilire quale condotto –ossia quale arteria o quale vena  – sia meglio impiegare per assicurare al paziente una migliore e più lunga qualità della vita.  Anthea Hospital è tra i partecipanti dello studio americano, in quanto riconosciuto come Centro iper specializzato sulla chirurgia coronarica per il suo alto volume di interventi. 
 
L’infarto è causato da un mancato apporto di sangue al muscolo cardiaco, determinato a sua volta dalla occlusione di un’arteria coronarica. Se le arterie sono bloccate o il flusso di sangue è limitato, il cuore non funziona correttamente. Questo può portare a insufficienza cardiaca. Per superare tale ostruzione - come suggerisce il termine stesso "bypass" -  si procede con la rivascolarizzazione, che consiste nell’impiego di uno o più condotto venoso e/o arterioso capace di ripristinare il normale flusso sanguigno.
 
Il tipo di condotto – arteria o vena - scelto per superare l’occlusione coronarica è di fondamentale importanza, in quanto determina la durata dei benefici legati all’intervento di by pass, e quindi riduce il rischio di recidiva, dando al paziente vantaggi più stabili e più a lungo termine. Lo studio Trial Roma ha come obiettivo quello di dimostrare e/o confutare se - usando due arterie mammarie per superare l’ostruzione nei pazienti affetti da coronaropatia al di sotto dei 70 anni – si ottengono migliori risultati.
 
In passato venivano utilizzati principalmente condotti venosi e più precisamente la vena grande safena. In seguito negli anni ci siamo orientati verso una rivascolarizzazione mista, che prevedeva l’impianto di almeno un condotto arterioso, come ad esempio l’arteria mammaria interna, e l’innesto di condotti venosi sugli altri rami coronarici. Oggi la tecnica si è evoluta ancora di più: lo studio Trial Roma permetterà infatti di capire scientificamente quali metodiche utilizzare a vantaggio dei pazienti.
 

Per approfondire l’argomento leggi l’articolo pubblicato su cardiochirurgia.com


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