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L’insufficienza mitralica secondaria post infarto: come intervenire

L’insufficienza mitralica secondaria post infarto: come intervenire

20/11/2017

L’infarto del miocardio – soprattutto quando è esteso – può generare una progressiva dilatazione del ventricolo sinistro per effetto della quale si alterano altre strutture del cuore, compresa la valvola mitralica e si sviluppa una patologia denominata insufficienza mitralica secondaria. E’ una situazione attualmente molto frequente: si registra nel 20 per cento dei pazienti che hanno un infarto inferiore (Occlusione dell'arteria coronaria destra) e nel quasi 13 per cento dei pazienti che hanno un infarto anteriore (occlusione del ramo discendente dell’arteria coronaria sinistra). A volte l’insufficienza mitralica post infarto rientra in modo spontaneo, senza la necessità di un intervento chirurgico in altri la prognosi è molto severa: la sopravvivenza a 5 anni non raggiunge il 50% e la chirurgia è l’unica strada percorribile. Vediamo quali sono oggi le soluzioni in campo.

L’insufficienza mitralica secondaria nella malattia ischemica (infarto) è strettamente correlata alla disfunzione ventricolare. La patologia determina infatti una distorsione del ventricolo e delle strutture valvolari, principalmente l’anulus e i muscoli papillari. Questa deformazione limita la mobilità dei lembi valvolari mitralici e ne impedisce la normale chiusura sistolica. Nella maggior parte dei casi l’insufficienza mitralica secondaria scompare, ma in altri casi rimane lieve e in altro casi moderata, Tuttavia esistono condizioni più serie in cui la patologia si cronicizza e diventa severa.

Per riportare la cavità ventricolare ad una condizione di normalità, si procede con un intervento chirurgico. In base alle più recenti linee guida sia europee che dell’American Heart Association 2017, è raccomandato il trattamento di rivascolarizzazione per la malattia ischemica e il successivo trattamento della valvulopatia in quei pazienti che hanno una buona funzione ventricolare, sopra al 30 per cento. L’importante è che le due procedure avvengano a distanza di tempo l’una dall’altra. Sempre in base alle linee guida dell’associazione americana,  il doppio intervento chirurgico è probabilmente utile anche in quei pazienti che hanno una funzione ventricolare inferiore al 30 per cento, rimane di dubbia utilità, con il mitraclip come procedura percutanea.

Sulle tecniche da applicare ad oggi la ricerca è in fermento per sviluppare nuove tecnologie e nuovi device, sia per la riparazione che per la sostituzione della valvola mitralica con un approccio mininvasivo e transcatetere. Alcuni device sono già in commercio in Europa con dei risultati promettenti. L’intervento riparativo resta quello preferito perché assicura una migliore preservazione della funzione ventricolare.


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